ALGORITMO DELLA MOBILITÀ NAZIONALE: BOCCIATO DAL TAR LAZIO.

Fioccano le sentenze del TAR Lazio relative alle richieste di annullamento dei provvedimenti conclusivi della procedura di mobilità nazionale straordinaria di cui all’Ordinanza Ministeriale 241 dell’8 aprile 2016, che ha disciplinato la mobilità del personale docente, educativo e ATA per l’anno scolastico 2016/2017. Dopo la 5139 dello scorso 19 aprile, peraltro identica alla 9224 del 10 settembre 2018, la 10964 depositata il 13 settembre avalla ancora una volta le ragioni del personale trasferito ed annulla i provvedimenti conclusivi della procedura di mobilità.

LA RICHIESTA DEI RICORRENTI

I ricorrenti hanno chiesto l’annullamento della procedura di mobilità di cui all’OM 241/2016, imposta dall’articolo 1, comma 108, della legge della “Buona scuola” 107/2015 che ha dato il via ad un programma straordinario di mobilità territoriale su tutti i posti vacanti dell’organico dell’autonomia della scuola, rivolto ai docenti assunti a tempo indeterminato entro l’ano scolastico 2014/2015. Il meccanismo messo in atto si è però rivelato pregiudizievole per quei docenti trasferiti in province più lontane da quella di propria residenza o quella comunque scelta con priorità in sede di partecipazione alla procedura, benché in tali province di elezione fossero disponibili svariati di posti. Sotto accusa è il famoso “algoritmo” che ha governato l’intero piano di mobilità, che secondo i ricorrenti ha sostituito l’attività provvedimentale senza la previa attività istruttoria e procedimentale, con conseguente violazione dell’articolo 1 della Legge 241 del 1990.

ASSENZA DI ATTIVITÀ AMMINISTRATIVA VALUTAZIONALE

In tutte le sentenze segnalate, compresa l’ultima appena depositata, il TAR valorizza la posizione dei ricorrenti rilevando come sia mancata una vera e propria attività amministrativa, «essendosi demandato ad un impersonale algoritmo lo svolgimento dell’intera procedura di assegnazione dei docenti alle sedi disponibili nell’organico dell’autonomia della scuola». Secondo i magistrati, la complicatezza o l’ampiezza della procedura non possono legittimare la sua devoluzione a quello che definiscono «un meccanismo informatico o matematico del tutto impersonale e orfano di capacità valutazionali delle singole fattispecie concrete, tipiche invece della tradizionale e garantistica istruttoria procedimentale che deve informare l’attività amministrativa».

Un algoritmo, affermano, quantunque preimpostato in modo da tenere conto di posizioni personali, titoli e punteggi, giammai può assicurare la salvaguardia delle guarentigie procedimentali riconosciute dagli articoli 2, 6, 7, 8, 9, 10 della Legge 241. Anzi, gli istituti di partecipazione, trasparenza e accesso non possono essere mortificati e compressi soppiantando l’attività umana con quella impersonale, né può essere aggirato l’obbligo di motivazione delle decisioni amministrative. Tanto più che le procedure informatiche applicate ai procedimenti amministrativi devono collocarsi in una posizione servente, non essendo concepibile che, per problematiche di tipo tecnico, sia ostacolato l’ordinato svolgimento dei rapporti tra privato e pubblica amministrazione e fra pubbliche amministrazioni nei reciproci rapporti e nemmeno possono soppiantare o addirittura sostituire l’attività cognitiva, acquisitiva e di giudizio che solo un funzionario persona fisica è in grado di svolgere.

L’ODIERNA SENTENZA

Con sentenza 10964 del 13 settembre 2019 il TAR Lazio non si discosta da queste posizioni e riconosce ancora una volta le ragioni del personale, rilevando come l’aver demandato all’algoritmo lo svolgimento dell’intera procedura di assegnazione dei docenti alle sedi disponibili abbia comportato la mancanza di una vera e propria attività amministrativa.

Ad essere inoltre vulnerato, si legge, non è solo il canone di trasparenza e di partecipazione procedimentale, ma anche l’obbligo di motivazione delle decisioni amministrative, col risultato di aver frustrato anche le correlate garanzie processuali che declinano sul versante del diritto di azione e difesa in giudizio di cui all’articolo 24 della Costituzione, che risulta compromesso tutte le volte in cui l’assenza della motivazione non permette all’interessato e al giudice di percepire l’iter logico-giuridico seguito dall’amministrazione per giungere ad un determinato approdo provvedimentale. Per questo, con l’ultima stoccata il TAR stigmatizza la «deleteria prospettiva orwelliana di dismissione delle redini della funzione istruttoria e di abdicazione a quella provvedimentale».